Il traffico mediatico degli ultimi giorni non ha di certo aiutato la Nazionale. Ma stasera dobbiamo remare tutti nella stessa direzione

Dopo la sconfitta di Stoccolma, l'Italia di Ventura è chiamata alla partita della vita. Il commissario tecnico sa che la posta in gioco è la più alta della sua carriera: la stampa gli rema contro, gli italiani hanno perso la speranza. Perché non sono solo i risultati a condannare gli azzurri, ma anche e soprattutto l'atteggiamento dei calciatori in campo.

Non è più l'Italia che lottava e che faceva paura agli avversari. Questa nazionale non dà mai l'impressione di essere sicura. Sarà il modulo, saranno gli uomini impiegati, saranno tante variaibli incalcolabili. Che il ct abbia le sue colpe è sotto gli occhi di tutti: dai cambi moduli alle indecisioni sugli uomini da schierare, quasi come se le sue scelte fossero condizionate dai giornali e dagli addetti ai lavori. Addirittura, si vocifera anche che siano gli stessi senatori dello spogliatoio azzurro a suggerire (o obbligare) l'undici da schierare a Ventura.

L'unica certezza che emerge in questo momento è che - magari non se lo merita - ma questa Italia non può non andare in Russia. Le uniche manifestazioni mondiali in cui l'Italia non è stata presente sono l'edizione del 1930 (per le difficoltà legate a recarsi in Uruguay) e quella del 1958, quando gli azzurri non riuscirono a superare il regolare girone di qualificazione.

Ma uno degli elementi che più di tutti sta ledendo il destino di questa Nazionale è la tendenza, tipica degli italiani, a dimenticarsi il proprio ruolo di tifosi. L'atteggiamento verso questo tipo di eventi è sbagliato: ci sentiamo tutti commissari tecnici, tutti opinionisti con un passato nel calcio che conta. No, così non si va da nessuna parte. E, allora, questo articolo si chiude con un invito.

Per un giorno, ma anche solo per un paio d'ore, dimentichiamoci le critiche, i giudizi e la tattica. Dimentichiamoci il percorso fatto, le figuracce, gli svarioni, i suggerimenti, i processi, gli sfottò, i meme, i malumori e quant'altro. Facciamo i tifosi, facciamo gli italiani.
Abbiamo una tradizione da rispettare, quella calcistica, che non sarà l'elemento fondante del Paese, ma che negli anni è risultata la somma di riscatto ed eccellenza.
Perché è inutile girarci intorno: chi oggi afferma che non è interessato all'Italia e che preferisce che la Nazionale resti a casa, è già pronto a piazzare la bandiera sul balcone di casa e a guardare le partite tra il caldo, le zanzare, le pizze che non arrivano e la scaramanzia del posto sul divano da rispettare.

Stasera è come una finale, al Mondiale dobbiamo andarci noi.

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